Chi si trasferisce in un paese nuovo spesso attribuisce l'indifferenza da cui si sente circondato a pregiudizio, razzismo, xenofobia, sciovinismo, etc. Ovviamente questi sentimenti esistono. Il fatto poi che gli italiani, popolo tradizionalmente di emigranti, ne abbiano a lungo sofferto non fa che aumentare i timori dei nostri connazionali all'estero.
Concentrandosi eclusivamente su di essi, però, si rischia di trascurare altre cause dovute a fattori storici e culturali e che secondo me incidono in maggior misura. Provo a spiegarmi raccontando situazioni che fino ad ora ho vissuto.
Quando ho iniziato al mio lavoro attuale la mia compagna di stanza era una donna belga olandesofona che per semplicità chiameremo Assunta*. Mi invitò, credo per cortesia, ad unirmi al suo mini-gruppetto per la pausa pranzo che era composto da Gennaro* e dal giovane Ciro*, di cui Gennaro era il capo. Tutti fiamminghi.
Tutti i giorni dell'anno, implacabilmente alla stessa ora, si recano per il pranzo alla mensa del parlamento. Essa è popolata da un universo variegato di gente proveniente da ogni angolo d'Europa. I nostri eroi, però, sceglievano, e continuano a farlo, regolarmente il più isolato dei tavoli, possibilmente 'faccia al muro', verso i margini del gigantesco stanzone.
Ogni tanto mi interpellavano con qualche fugace commento in inglese riguardante in genere il clima belga e le mie scelte alimentari a loro giudizio ripetitive per poi perdersi in impenetrabili conversazioni nella loro madre lingua.
Assunta, nel frattempo, ha cambiato di stanza. Nel mio ufficio è arrivato Gaetano*, il super system architect di Atlanta, col compito di portare a compimento una notevole opera di razionalizzazione. Gaetano è un tipo gioviale ed amicone. Non spiaccica però una sola parola di francese.
Il primo giorno è venuto con me in mensa. C'erano i francofoni e ci siamo seduti accanto a loro. Questi però sono rimasti del tutto indifferenti. Non hanno mostrato curiosità per il nuovo collega, né si sono presentati, tanto meno si sono premurati di cambiare lingua per coinvolgerlo nella conversazione. Niente, come se fosse un fantasma. L'episodio, venendo da un tipo di cultura diversa, mi ha lasciato a bocca aperta, rassicurandomi però al tempo stesso. Era la prova finale che né io, né la mia provenienza, c'entravamo niente. Sono loro ad essere così.
Invece Assunta, va detto, è veramente insopportabile e l'antipatia è reciproca. Anche a Gennaro sono antipatico ma solo per induzione. Tempo dopo qualcuno mi ha riferito che in realtà stanno insieme. Che poi non me ne sia accorto per mesi forse è perché sono gonzo io o forse è perché sono merluzzi loro. Credo che, come sempre, la verità sia nel mezzo.
Al giovane Ciro (il protagonista del post 'vieni a ballare in pulia') invece non sto antipatico. Si ferma a chiacchierare nelle pause, una volta è persino venuto a trovarmi nella stanza. Il che, per i loro canoni, rappresenta un grande slancio di espansività.
Mi aveva detto di abitare in un piccolissimo villaggio fuori città con vista su campi popolati da vacche. Gli domandai dove andasse mai la sera. Mi guardó con l'espressione stupita di colui a cui è stato chiesto di firmare una cambiale in bianco: "La sera?! ma resto a casa!".
Chiaro che a queste latitudini anche la domanda di socialità è diversa e spesso è la dimensione prettamente domestica a prevalere. Espansività eccessiva, incontinenza emotiva, loquacità incessante sono valutati diversamente che altrove. Chi gesticola viene giudicato aggressivo. Contatti fisici quali pacche sulle spalle, strette di mano, non sono ben visti. Insomma è come se le persone fossero recintate da una barriera di vetro invisibile, che si reputa disdicevole valicare.
L'altro giorno avevo bisogno di un'indicazione stradale. Mi sono avvicinato a dei passanti. Nel tempo intercorso tra il rituale 'Scusez-moi' e la formulazione della domanda ho notato un certo irrigidimento che è svanito solo quando hanno riconosciuto la validità delle ragioni per le quali li interpellavo.
Mi viene in mente il post del poliglotta irlandese, dove fornisce qualche buon suggerimento su come socializzare all'estero, e dove racconta delle sue avventure in Brasile. Lí la situazione è completamente ribaltata. Dice che i brasiliani considerano un forestiero alla stregua di un amico che non hanno ancora incontrato. Chi non parla per più di cinque minuti a chi gli sta accanto viene scambiato per uno straniero che non conosce il portoghese, o peggio ancora per qualcuno che ha gravi problemi di comunicabilità.
Razzismo e xenofobia esistono dovunque. Ma non sono sempre la ragione di tutto quello che avviene. Spesso comportamenti, che ci sembrano sorprendenti, sono in realtà dovuti alle diverse consuetudini del paese che ci ospita. Ecco perché esserne consci ed imparare a saperle distinguere è fondamentale.
*La napoletanizzazione dei nomi fiamminghi è una tecnica che prendo a prestito dall'autore di un 'italiano in norvegia'. La trovo efficacissima allo scopo di parlare del peccato senza far menzione del peccatore ed di evitare al tempo stesso che qualcuno si scopra citato in un post in una lingua che non comprende.