
Qualche giorno fa in concomitanza del rientro dalle ferie e dell'arrivo della nuova infornata settembrina di stagisti sono stati pubblicati sul sito brusselsstudies.be i risultati di uno studio su una componente molto particolare della società brussellese e numericamente piuttosto consistente (il 10% circa del totale). Si parla degli espatriati.
Si tratta di uno studio ben realizzato e che risulta, per me, molto interessante in quanto prende d'infilata argomenti trattati in alcuni dei miei ultimi post.
Viene dato un profilo degli expats ed una descrizione di come essi interagiscono con il tessuto sociale della città.
Propongo una sintesi delle conclusioni principali che ne scaturiscono e che mi sento di confermare in pieno sulla base della mia osservazione personale.
Chi forma la comunità degli expats?
Si tratta di forza lavoro altamente qualificata, orientata alla professione, in media giovane, che di norma a Brussels ci resta per un periodo di tempo limitato, anche se una parte finisce per rimanerci a titolo definitivo. Lavorano per le istituzioni europee e per le entità che con esse hanno a che fare (rappresentanze locali e nazionali, ONG, camere di commercio, lobbisti, etc).
Si distinguono dall'immigrazione tradizionale per qualifiche e status economico. A Brussels ci vanno spinti più da ragioni professionali e per il desiderio di fare una nuova esperienza che per soddisfare bisogni materiali.
La permanenza media è di circa 3-4 anni, a volte di un solo anno, o anche per uno stage di 6 mesi.
Ma spesso anche chi sa di dover passare l'intera vita lavorativa qui sogna di ritornare nel proprio paese per l'età della pensione per poi realizzare che questo ormai è diventato il loro paese (la storia non allegra di un ex nostalgico).
Il sentimento dominante è quello della temporaneità.
Come si integrano nella città?
E' un tipo di immigrazione che viene vista positivamente, in contrasto con l'immigrazione tradizionale che comporta pulsioni xenofobe.
Questo peró non implica una migliore integrazione nella società belga, piuttosto il contrario. Gli autoctoni tendono a considerali come una presenza temporanea, che spesso agisce con atteggiamento predatorio nei confronti della città. Spesso vengono considerati strapagati e privilegiati, anche se non sempre lo sono.
Non sono piaciuti gli stravolgimenti urbanistici imposti alla città per fare spazio alle istituzioni europee, nè l'incremento dei valori immobiliari che questi arrivi massicci hanno comportato.
Gli expats, considerandosi di passaggio e non avendo spesso l'obbligo di conoscere nessuna delle due lingue nazionali, spesso rifiutano di fare sforzi per imparare francese (considerazioni sul francese) e olandese. E' sorprendente scoprire come persone che si iscrivono a corsi per principianti abbiano già trascorso 3 o 4 anni a Brussels. E questo ne pregiudica le possibilità di integrazione con i belgi (perché non è mai facile intergrarsi in un altro posto).
Un intervistato britannico trova divertente il fatto di non avere amici belgi e di non avere amici che ne abbiano .
Per questi motivo gli expats sono visti come una comunità a se stante. Hanno anche una propria lingua, il cosí detto 'Eurolanguage' o 'Euroenglish', che è ben altra cosa rispetto all'inglese vero e proprio.
In ogni caso il tentativo di racchiudere gli espatriati in una comunità omogenea è superficiale. La realtà è più complessa. Entrano in gioco le identità nazionali e ciascuno di questi sotto-gruppi impiega di frequente criteri diversi di socializzazione.
Il rapporto in versione integrale è disponibile sul sito brusselsstudies.be.




