
Non ci fu una ragione precisa dietro la decisione di aprire il blog. Era un po' che seguivo silente i blog di altri italiani all'estero. L'avventura spagnola cominciava a mostrare tutti i suoi limiti. Consideravo l'Irlanda come possibile meta futura. Poi sulla ruota del destino venne fuori Bruxelles. Continuai, comunque, la lettura finché, forse per emulazione, forse per darmi una ragione per scrivere, forse per provare ad uscire dal guscio, decisi di inaugurare il mio.
Dopo 50 post non sono ancora sicuro di aver appieno compreso la vera essenza dello strumento. Scrivere in rete ha regole e segreti che ancora mi sfuggono. Non riesco a tenere corti i post, non riesco a concentrarmi su pochi argomenti contigui, non uso video che in rete funzionano meglio dei testi.
Non sono nemmeno capace di descrivere con precisione di cosa si tratti. Si dice che un blog sia un diario pubblico. Ma la definizione non rende. Certo è pubblico, quello è sicuro. Come in un diario può esserci la dimensione personale. Ma non è obbligatoria. Ci sono moltissimi ottimi blog che non dicono nulla sulla sfera personale dell'autore. Ma non è diario nemmeno dove la sfera personale esiste. Un diario è costituito dalla descrizione minuziosa degli eventi vissuti da chi scrive, tra questi pensieri ed emozioni, spesso slegati gli uni dagli altri e messi in fila dallo scorrere del tempo. Riprodurli pedissequamente in rete non ha molto senso:
Oggi ho visto una donna islamica con quattro figli. Berlusconi ha dato dell'abbronzato ad Obama. Ho provato a comprare una sciarpa viola e mi hanno riso in faccia. Un mio collega voleva andare in Puglia ma ha rinunciato perché costava troppo.
Non commestibile online. Ecco, un blog forse serve a dare un contesto ai fatti di un individuo. Il blog sta alla storia come un diario alla cronaca e magari il segreto di buon blog é costruirlo su un diario personale segreto.
Non dico mai a nessuno di avere un blog. Amici, colleghi, parenti non ne sono informati. Ne è a conoscenza chi ci è arrivato da solo. Non so ben spiegare questa ritrosia dovuta forse all'atteggiamento scettico dei tanti che lo considerano una sorta di stravaganza avulsa dalla realtà.
-Ah si? hai scritto questo? Dai dammi il link, poi lo leggerò
Ma scrivere in rete è qualcosa in più di un banale passatempo. Si scrive per se stessi in primo luogo, per tenere traccia della storia delle proprie idee. Ma il processo non è neutro. La trasposizione stessa, di riflessioni ed emozioni confuse ed annebbiate, in sequenze di lettere e parole è processo impervio pieno di sorprese con risultati imprevedibili. A maggior ragione poi quando il testo è destinato alla graticola della rete. Ed ecco che il pensiero nel suo stadio iniziale di impulso emotivo si raffina, si rielabora, si rafforza. Spesso il post che viene fuori è tutto diverso dall'idea iniziale che lo ha generato.
Leggendo i cavesi e gli altri irlandiani mi è sembrato a volte di condividere la loro esperienza. Certo vivere le cose di persona è un'altra cosa ma nell'impossibilità d'essere dovunque si va in Irlanda, in Svezia, in America tramite i racconti altrui. Ed è forse questa la vera essenza dei blog, quelli degli altri intendo. Ti allungano la vita. Nello spazio e non nel tempo, ovviamente. Allora scrivere il proprio è forse il modo per ricambiare il favore.



