mercoledì 26 maggio 2010

La città dei canali, escursioni



E' stato Reda a propormi di andare ad Amsterdam con lui, dopo la partita che il Bayern ha perso con una squadra che non ricordo. C'è una sua cugina arrivata dal Marocco per uno stage. Si prevede tempo splendido, auto aziendale, benzina pagata.
Ala è in Polonia. Quando il gatto non c'è, si sa, i topi fanno il bello ed il cattivo tempo. In passato magari evitavano di mettere il gatto in copia nelle email in cui annunciano le loro intenzioni.

Si parte presto, Anversa, Breda, Rotterdam. Qualcuno ha detto che l'autostrada è il modo migliore per viaggiare senza vedere nulla. Ad Amsterdam si capisce subito che aria tira. 4 € l'ora per il parcheggio, 3€ al giorno di tassa di soggiorno, 77€ per un mediocre hotel a tre stelle. Anche ristoranti e bar sono più cari che a Bruxelles.
Andiamo a prendere la cugina.
Piacere Aisha. Come nella canzone? Si, come nella canzone.
Meglio, facile da ricordare. Si parla in francese. In Marocco i giovani altolocati parlano francese nativo oltre all'arabo. Finalmente un po' di full immersion. Fuori da Bruxelles il mio francese appare migliore. Deve essere l'effetto EuroFrench. Nel suo ostello fittano bici. 11€ al giorno.
Asterdam è la città delle biciclette. La presenza diffusa di piste e di appositi parcheggi, oltre alla conformazione pianeggiante del territorio, ne favoriscono l'uso. Non come a Bruxelles, città di sali e scendi, strangolata dalle auto aziendali dei navetteurs.
Non è però uno sfizio riservato al tempo libero. La si usa per andare al lavoro, per fare la spesa, per andare agli appuntamenti. I ciclisti qui sono impazienti e aggressivi come altrove lo sono gli automobilisti.
Muoversi in bici resta un piacere, comunque. Ci spostiamo in lungo e largo, senza guardare orologio e cartina, indirizzati dal caso dove vediamo movimento e colore. Amsterdam non ha grandi monumenti ma è suggestiva. Si sorride di più, gli olandesi sembrano più felici dei belgi ingrugniti. Deve essere a causa di tutto questo caffè che vendono dovunque. Pensavo rendesse nervosi....
Rispetto alle scorribande post-adolescenziali in interrail la città sembra cambiata. Certo, conserva ancora lampi di autenticità bohemienne. Ma l'ostentazione di liberalismo adesso appare più artificiale, tot al chilo, da pacchetto turistico. Un po' perché ormai questo tipo di libertà non sono più monopolio esclusivo dell'Olanda e dei paesi nordici. Anche in Belgio, ad esempio, esistono i matrimoni gay e prostituzione legalizzata, senza clamori e senza fanfare. Un po' perché il vento di destra è arrivato anche qui. Immigrazione e problemi di convivenza forse stanno lasciando il segno. Lessi tempo fa che il modello è in discussione e che ora si punta ad un imborghesimento della città.
I canali in alcuni tratti emanano un inquietante odore di piscio. Spazzatura e cartacce sono disseminati ovunque. Qualcuno ci dice che siamo fortunati, Bruxelles è più pulita. Da non credici. Avrei detto meno sporca ma tant'è.
Anche le donne in vetrina sono inguardabili. Molto, ma molto meglio quanto passa in bicicletta. Ma quello non è in vendita. Guardare ma non toccare.
Reda è l'impersonificazione dell'entropia culturale. Cerca i marchi globali. Pizza hut, Burger king... Almeno sai quello che ci trovi, dice. Quello è il problema, penso tra me e me. Ci spaparanziamo per ore dinanzi ad un Hagen Das. Arriva un clown che mette in scena delle gag improvvisate con i passanti. La gente si diverte. Si vede che il tipo è attore consumato. Chi ne capisce di teatro lo sa, solo chi è esperto improvvisa. Le donazioni arrivano copiose. Aisha è una brunetta simpatica. Si dice favorevole all'interdizione del Burqua. Si discute di liberalismo e di stato laico.
Perdiamo la cognizione del tempo. Ci rendiamo conto in ritardo che l'ora della cena per queste latitudini è passata da un pezzo.
Lunedì in Belgio è vacanza ufficiale. Di fatto lo è anche in Olanda ma l'auto la dobbiamo spostare comunque. A nord della stazione centrale, al di là del canale, i parcheggi sono gratuiti. Troviamo posto lì. Anche ad Amsterdam, come a Bruxelles, Anversa e Parigi il nord è riservato agli immigrati poveri. E' l'altra anima della città dove il degrado è evidente. Le case basse sono circondate da giardini incolti, i rifiuti gettati a caso, ci sono parabole arrugginite dappertutto.
Ritorniamo in centro in battello. E' gratuito. Passiamo accanto alla gigantesca nave per crociera. Appartiene alla Costa. E' immensa, fa impressione. Colpisce il fatto che l'industria italiana sia ancora capace di produrre manufatti di questo tipo. Sarà per questo che l'Italia non è la Grecia, nonostante Berlusconi.
Gironzoliamo ancora un po'. Salutiamo Aisha che ritorna al suo stage. Arriva l''ora del rientro. Facciamo ancora in tempo a beccarci tutti gli interminabili ingorghi di fine ponte.
Arriviamo a Bruxelles che è quasi notte. Tra qualche giorno il gatto rientra.

martedì 18 maggio 2010

Di strege, fitti e traslochi


Li vediamo arrivare dalla finestra. C'è Ma Hui, c'è anche suo marito Full Monty, italiano. Il nomignolo se lo è guadagnato per i modi da eurocrate di alto rango, talmente affettati tali da farlo sembrare un clone di Montezemolo all'ombra dell'Atomium. Arrivano con 15 minuti di ritardo sull'orario convenuto. Ma Hui è la figlia del proprietario di origine vietnamita dell'intero stabile. Fu con lei però che negoziammo il fitto dell'appartamento.

Questa donna è l'impersonificazione di uno dei principali consigli contenuti nella guida per nuovi arrivati in cui si metteva in guardia sulle bassezze dei proprietari di casa.  Mi viene in mente la clausola che ci imponeva di rifare il pavimento a fine fitto nella bozza del contratto (ovviamente rimossa nella versione finale). La lavatrice promessa prima della firma e negata dopo. L'obbligo di utilizzare la loro connessione internet col segnale WiFi che andava e veniva. 'Se non vi va, fatevi la vostra con un altro operatore' ci rispose una volta. La cucina con un solo fornello funzionante 'Se ve ne serve un altro lo vendono a 35 €'.
Ma Hui, il cui nome in polacco significa qualcosa di irripetibile, a causa di queste e molte altre nefandezze da quel momento, nel nostro immaginario, è diventata La strega di Blair.

Ci siamo dati appuntamento per il sopralluogo finale preludio alla restituzione delle chiavi e allo sblocco della caparra. La cauzione di norma non si versa ai proprietari ma resta bloccata in un apposito fondo sul conto dell'affittuario.
Partire è sempre un po' morire. Nonostante la strega, la distanza dal centro, le avventure in metro, le peripezie nei washing centers. Si chiude un era. Termina un pezzo di esistenza che non ritorna.

Caraffa OK, forno OK, frigo OK...
La strega legge con puntigliosità pedante tutti gli oggetti elencati nel contratto. Temiamo questo momento. Conoscendola basta un minimo inghippo per mettere a rischio la caparra.
Bureau OK, cuscini OK, coprimaterasso OK..
In questo lembo sperduto del nord di Bruxelles ci finimmo in modo del tutto casuale.
Il giorno dell'arrivo di Bruxelles sapevamo che era la sede delle istituzioni europee e poco più. Su internet fittavano un monolocale a settimane. ¨Per loro il doppio del fitto, per noi un mese per cercare l'alloggio definitivo. L'appartamento era al ventunesimo piano di uno dei rari, e non apprezzatissimi, edifici sviluppati in altezza della città. Sotto di noi il famigerato stadio Heysel e l'Atomium. Poco lontano a ridosso del promontorio del parco reale di Laeken scorgemmo un raggruppamento basso e compatto fatto di case tradizionali. Al centro la chiesetta in mattoni rossi col suo campanile a punta.
Facciamoci una capatina, ci dicemmo. Il verde, la calma, l'atmosfera da villaggio, l'edificio in stile classico, con la scaletta stretta pittata in rosso, la strega più affabile del normale. Finimmo per farci convincere. Fu l'ennesima prova che tra percezione e realtà c'è un abisso.
Non ci accorgemmo che il balconcino era a cinque metri dalle rotaie del tram. Ci sfuggì che quella era la strada di transito verso il vialone dell'atomium dove gli hooligans mettono in scena le loro scorribande motoristiche. Non sapevamo ancora quanto avventurosi fossero i collegamenti verso il centro. Soprattutto non ci rendemmo conto di quanto ci sarebbe pesata, non essendo noi motorizzati, la lontananza fisica dal resto degli 'europei'.

Dalla sua il quartiere ha il parco immenso, il multisala più grande in Belgio ed un contesto brussellese al 100%. Di sicuro in questo periodo ho avuto modo di scoprire aspetti della città meno evidenti nel quartiere europeo. Ma forse questa full immersion non è del tutto consigliabile appena arrivati. Magari ci si può pensare dopo.

La strega trova tutto in ordine. Firma il rilascio della caparra.
Salutiamo e diamo un'ultima occhiata al posto dove abbiamo vissuto questa lunga ed interminabile transizione. Domani è un altro giorno. Si va in 'Europa'.

lunedì 10 maggio 2010

Bruxelles, Europa


Passando per Shuman, in questa domenica di trasloco e di astinenza da internet, mi rendo conto che qualcosa di grosso sta avvenendo. Dinanzi al palazzone beige del consiglio europeo stazionano le troupe televisive e le parabole dei grossi media internazionali. Ci sono i cavalli di frisia, l'accesso al rond-point è interdetto. Normale in questo quartiere ma non di domenica. C'è un consiglio europeo straordinario. Si discute della Grecia. E' la sopravvivenza stessa dell''euro ad essere in gioco.

E' la terza dimensione della crisi brussellese. Dopo quella urbana e quella nazionale, adesso è quella europea ad essere a rischio.
Ce lo si poteva aspettare. Si è voluto un mercato unico, una finanza unica, una moneta unica, uno spazio territoriale unico. Non si è voluto però nulla che realmente governasse tutto ciò. Dall'Europa solo si è preso solo quello che faceva comodo. La botte piena e la moglie ubriaca.
Mi vengono in mente come una eco lontana gli strepiti della demagogia contro trattato di Lisbona, il superstato europeo autocratico che schiaccia i popoli, una tecnocrazia senza legittimità democratica, e bla, bla, bla. I francesi, gli olandesi, gli irlandesi che votano contro. Gli inglesi che dicono, se ci avessero fatto votare avreste visto.
Stiamo vedendo. L'Europa ha i riflessi lenti, fa troppo poco e troppo tardi.
Del resto è vero che il trattato di Lisbona fa schifo, ma per la ragione opposta. Perché le lega mani e piedi. Tutto dipende dai machiavellismi e dalla miopia dei governi nazionali. Mancano poteri autonomi d'intervento. Manca un sistema di sanzioni automatico ed indipendente, in tempo reale, non sottoposto ai giochetti e alle convenienze del momento.

Viene da pensare alla crisi economica derubricata a febbre passeggera. Come se si trattasse di una semplice recessione. Solo un po' più grossa del normale.
Si trasferiscono agli stati i debiti delle banche e la giostra può ricominciare.
Ma il giochino ha avuto vita breve. Adesso sono gli stati ad essere alla canna del gas. Si comincia con la Grecia, poi verrà Spagna e poi magari il bel paese. Ma nemmeno gli Usa possono permettersi di gioire delle disgrazie europee. Sanno di essere una Grecia gigantesca, sanno che se il domino parte poi non si ferma. Non per nulla il politico più 'europeista' in questo momento è Obama. Obama! E' stato proprio lui a dover destare gli europei dal torpore nel quale erano piombati mentre la Merkel si preoccupava delle elezioni renane.

E poi c'è il paese dove c'è sempre il sole e tutto va bene. (aggiunta postuma, leggo proprio ora che la crisi l'abbiamo risolta noi)
Non so come l'Europa possa permettersi d'ospitare al proprio interno una nazione che è nelle condizioni dell'Italia di oggi. Dove una mediocrazia ha preso in ostaggio la vita pubblica,
dove le mafie ormai la fanno da padrona, la cui politica non fa altro che votare da 15 anni leggi a favore di corruzione e malaffare, boicotta magistrati e giudici, accorcia i tempi di prescrizione dei processi. Saccheggiare le casse pubbliche oggi in Italia può essere fatto nella più assoluta impunità.

Sarkozy, Merkel, Barroso continuano a trattare Berlusconi come un compagno di merende, come un innocuo barzellettaro. Come al solito ci sottovalutano. Non ricordano come i mali italiani si espandano sempre a macchi d'olio. Si dimenticano che siamo quelli che, oltre alla pizza, hanno esportato fascismo e mafia.
Perfino le agenzie di rating, quella sorta di mafietta che orchestra la speculazione di questi giorni, non osano sfiorare l'Italia. Forse è un obiettivo troppo grosso. Un default Italiano sarebbe il colpo di grazia e non solo per l'Europa.

L'Italia di oggi è come quel tipo che è finito in fondo ad un pozzo e che da solo non ce la fa ad uscire. Quelli che avrebbero potuto tirarlo fuori hanno creduto di potersene fregare e riderne. Adesso in fondo a quel pozzo rischiano di finirci anche loro.

domenica 2 maggio 2010

Cosa succede in città?


L'altro giorno discutevamo alla lezione di francese degli eventi che ultimamente stanno avendo luogo in città.
Oltre alla crisi politica di cui si è parlato nel post precedente, c'è stata di recente una recrudescenza di fatti criminali ed episodi di hooliganismo.

Si è iniziato con un pestaggio choc documentato in un video della polizia. Due rapine a delle gioiellerie sono terminate tragicamente. Una con la morte del gioielliere e la seconda con quella dei uno rapinatore. Entrambi gli episodi hanno suscitato molto clamore. Il primo per la commozione che ha destato nel quartiere africano dove il commerciante era conosciuto e popolare. C'è stata una fiaccolata, e molto sgomento. Il secondo per l'incriminazione del gioielliere per eccesso di legittima difesa.
Poi si sono verificati ancora un altro paio di episodi di violenza metropolitana. Il più grave ha coinvolto due poliziotti aggrediti da una quarantina di teppisti a Rogier.

Nella discussione in classe nessuno ha citato la sicurezza come problema del quartiere dove vive.
Sono stato la sola eccezione. Ho parlato del pericolo che si percepisce viaggiando su certe tratte dopo una certa ora.
L'insegnante mi ha chiesto se mi fosse capitato qualcosa di reale o si trattasse di una sensazione generale. L'uno e l'altro, le ho risposto, anche se in tutta onestà in due anni di frequentazione della metro il solo episodio di una certa gravità a cui ho personalmente assistito è stato quello raccontato in un altro post (un episodio increscioso).

-La verità è che i problemi sono gli stessi che in qualunque altra città, ha detto, sono i media a soffiare sul fuoco.

In effetti i media normalmente distratti su episodi di questo tipo, di solito trattati alla stregua di fatti di metropolitana normalità, hanno iniziato a dedicare prime pagine ed articoli.
Di sicuro però non si pratica quel giochino miserabile tipico della mediocrazia italiana dove in costanza di numero di episodi criminali e flussi migratori, la copertura ad essi dedicati è inversamente proporzionale all'inscurimento del colore del governo in carica. Come accadde, ad esempio, durante le ultime elezioni capitoline. Ad uno stupro, purtroppo non il primo nella storia millenaria della città, fu dedicato più spazio che all'11 settembre.
Quello che qui è più probabile invece è che è la polizia stessa, allo scopo di ottenere fondi e rinforzi, a dare maggiore risalto agli episodi in questione.

Ma la cosa ancora non genera psicosi. Del resto quello che dice la mia insegnante non deve sorprendere. I brussellesi hanno un atteggiamento tradizionalmente distaccato sul tema. Non hanno problemi a vivere in appartamenti lato strada con finestre senza grate. Nemmeno nella 'spaventosa' Molenbeek dove pure ci sono state numerose insurrezioni a sfondo etnico. Ci abita un amico. Spesso ci invita a casa per vedere qualche film. Fin'ora siamo sopravvissuti.
Si prende qualche precauzione minima e si va avanti. Il crimine viene trattatto come di una delle infinite trappole insite nella vita umana.

Avevo la discussione ancora fresca in mente quando rientrando a casa in metro salgono due donne di origine maghrebina (pare che questa sia la dicitura politically correct), una delle due porta il velo e spinge un passeggino. Dietro di loro entra un'altra donna sulla settantina. Inizia ad inveire ad alta voce. Le hanno fatto perdere troppo tempo entrando, a suo dire. Come osano chiederle di aspettare? Le ragazze invece di stemperare i toni, replicano con maggiore veemenza, le danno del tu, segno di massima scortesia in francese.
La donna si siede ma continua a blaterare, dice qualcosa tipo 'sempre così con gli arabi'. Si alza e con furia se ne va all'altro capo del vagone. La ragazza col velo la insegue, gliene dice di tutti i colori, nomina i fiamminghi (il francese era troppo concitato perché vi possa citare il dialogo parola per parola), e poi ritorna al suo posto.
A quel punto un ragazzo si ribella. Le dice che sta generalizzando.
-Ma ci ha chiamato arabi..., si difende lei.
-Si però anche tu hai parlato di Fiamminghi. É la stessa cosa. Sono generalizzazioni anche quelle..

Alcuni ragazzi lo guardano in cagnesco ma per fortuna la discussione finisce lì.
E siamo punto e capo. Percezione o realtà?

sabato 24 aprile 2010

La non nazione

24.04.2010 - Parlamento belga aperto al pubblico in occasione de 'La fête des langues'
Qualche tempo fa un europarlamentare inglese ultra sciovinista definì in un discorso Van Rompuy, presidente belga del consiglio dell'unione europea, una nullità provenente da un non paese.
Eppure in Belgio Van Rompuy, che fino a dicembre 2009 era stato premier, è ben conosciuto.
La sua partenza sarà un problema, mi dissero i colleghi, era l'unico in grado di mettere le due etnie insieme attorno ad un tavolo.

A quattro mesi di distanza la previsione si è immancabilmente avverata. Il suo sostituto alla guida del governo, Leterme, l'altro giorno ha rassegnato le dimissioni.
Questa volta però si parla di crisi di sistema più che di crisi di governo. E' l'esistenza stessa del paese che viene messa in dubbio.
Le Soir
ieri si domandava se avesse ancora senso tenere insieme un paese dove le persone hanno opinioni così ferocemente contrapposte, dove non si riescono più a raggiungere compromessi di nessun tipo, dove gli accordi vengono messi in discussione il giorno dopo, dove si impone la forza della maggioranza e dove si litiga per anni sui confini di distretti amministrativi.

Il Belgio nacque per un accordo tra super potenze, ed è stato da sempre composto da due universi paralleli incomunicanti. I valloni non sanno cosa avviene nelle Fiandre e viceversa, non ci sono flussi migratori interni, i matrimoni misti sono pressoché inesistenti.
Il paese è diviso non solo per lingua, cultura ed economia ma anche per politica. I Valloni a sud, francofoni, votano per la sinistra, i fiamminghi a nord, olandesofoni, per la destra.
La deindustrializzazione e l'avvento del terziario hanno favorito economicamente il nord a scapito del sud.
Nel 1963 la riforma federale dello stato portò alla creazione della frontiera linguistica che separava le due etnie. Fu creata anche la Regione Bruxelles capitale, vale a dire l'area metropolitana della città. Di fatto è un'enclave bilingue in territorio fiammingo.

La regione brusselese fa parte poi del più largo distretto giudiziario ed elettorale BHV (Brussels, Hal, Vilvorde). Il distretto si trova interamente su suolo fiammingo. Si tratta di una sorta di Brussels allargata dove peró le minoranze francofone possono votare ed essere giudicate nelle propria lingua e dove esistono dei comuni detti a facilitazione. In queste communes, pur non essendoci ufficialmente il biliguismo, è possibile per un francofono sbrigare le pratiche burocratiche nella propria lingua.
Ed è questo il nocciolo del contendere. La capitale. Brussels infatti nasce storicamente come città fiamminga, lo è nell'architettura, nei nomi delle strade. Nel corso del tempo si è però francesizzata ed i francofoni sono diventati stragrande maggioranza.
La francesizzazione poi è continuata anche nei comuni periferici appartenenti alla regione Fiandre.
Da qui la reazione nazionalista. Da sempre gli olandesofoni cercano di smembrare il distretto BHV, per separare definitivamenate la capitale dal sud francofono e rendere in questo modo tutte le Fiandre monolingue. Preludio per la separazione finale.

I francofoni invece spingono nella direzione opposta, ossia all'allargamento di Brussels fino al suo ricongiungimento con la Vallonia.
A conti fatto quello che veramente le due etnie si contendono è controllo della città. Se non fosse per l'inassegnabilità della capitale il paese si sarebbe diviso da decenni.

Lo scenario è questo da quasi 40 anni, l'escalation però arriva proprio ora per due motivi. L'accentuarsi del divario economico tra nord e sud ha prodotto un rafforzamento di estrema destra e nazionalisti che puntano alla creazione di uno stato fiammingo indipendente. In generale poi in tutta la comunità nerlandofona prevale il desiderio di delegare quanti più poteri possibile alle regioni, dalla tassazione alla giustizia, dall' istruzione alle politiche economiche etc.
C'è poi stata una sentenza della corte costituzionale che si è pronunciata contro il distretto BHV nel 2003. Il che ha dato ai fiamminghi l'argomento decisivo. Bisognava scindere il distretto prima delle elezioni del 2011. Il re aveva trovato un mediatore che si era fissato come termine per il raggiungimento di un accordo negoziale le passate vacanze di pasqua. Da qui l'ultimatum dei liberali nerlandofoni dell'VLD, partner di governo insieme a democristiani e socialisti delle due etnie.
Il mancato raggiungimento di un accordo nel termine previsto ha portato alla giornata di giovedì, con le dimissioni del premier Leterme, il tentativo del gruppo fiammingo di sciogliere il distretto con un voto a maggioranza semplice senza concessioni negoziali ed infine la provocazione finale degli estremisti del Belang che hanno invaso l'aula per intonare, in una scena da parlamento italiano, il "Vlaamse Leeuw", il canto nazionale fiammingo.

Tutto questo a due mesi dalla presidenza semestrale belga dell'Unione europea, con l'economia ancora in stato d'emergenza, con il debito pubblico al 93% e la disoccupazione alle stelle, 20% nella sola Brussels.

Della crisi politica che ha colpito il Belgio, oltre alla stampa locale, se ne è occupata tutta la stampa internazionale, dal El país al The Guardian. Le Monde, da cui ho preso molte delle informazioni del post, gli ha dedicato il titolo a piena pagina. Su Repubblica e corriere on-line l'evento non è stato invece degnato nemmeno di una riga. Bisogna capirli. Erano troppo sconvolti dalla notizia che Noemi si era rifatta le tette.

venerdì 16 aprile 2010

Fantozzi conspiracies


Un presidente straniero che muore sul tuo territorio è una situazione difficile da gestire. Una brutta gatta da pelare per i russi, commentavano sulla BBC subito dopo la tragedia di Smolensk.
Ecco, ho pensato, sono strasicuro che qualcuno tirerà fuori la storia del complotto. Ed infatti puntuali e scontate come un orologio a cucù sono spuntate le tesi cospirazioniste.

Del resto se la moglie muore misteriosamente i sospetti cadono immediatamente sul marito che la picchiava e la minacciava di morte. Se poi c'è pure il movente siamo a cavallo, è stato sicuramente lui si dirà. Ed in effetti un qualche parvenza di movente potrebbe anche esserci.

I gemelli kaczynski, uguali come due gocce d'acqua, espressione di quel mondo cattolico ultraclericale e antisemita che fa riferimento a Radio Marya, si trovarono qualche anno fa alla guida della Polonia in seguito all'ondata populista e nazionalista che si abbatté sul paese.
Uno divenne presidente, l'altro premier in quel sistema semipresidenziale alla francese che è la repubblica polacca. Loro, sciovinisti ed antieuropeisti, ferventi sostenitori della pena di morte, omofobici all'estremo a capo del principale paese della nuova Europa.
Uno dei due, non ricordo quale, arrivò a chiedere la proibizione dei teletubbies colpevoli di favorire l'omosessualità dei bambini. Si relazionavano alla Germania come se la guerra fosse terminata l'altro ieri e al potere ci fosse Goring e non la mansueta Merkel.
Era anche ferocemente anti-russo, qui c'è il movente. Lech kaczynski era contrario alla normalizzazione delle relazioni con la Russia avviata dal nuovo premier liberal-democratico che nel frattempo aveva scalzato il fratello Jaroslaw. Altrove la febbre populista dura una stagione e non vent'anni.

Quindi sono stati veramente i russi? In fondo si trattava di un loro nemico. Eppure ci sono molte cose che non quadrano nella teoria complottista. Per portare a compimento il loro disegno avrebbero i russi avrebbero dovuto:

-Essere certi che la cerimonia si svolgesse in un giorno di nebbia e che il presidente polacco viaggiasse con un Tupolev.

-Scordarsi che accoppare un presidente straniero è da considerasi un atto di guerra verso quel paese. Atto di guerra, ricordiamolo, verso tutto l'occidente, USA inclusi, essendo la Polonia nella NATO.

-Non rendersi conto che far saltare in aria un aereo presidenziale sul proprio territorio, a poche centinaia di metri da giornalisti e troupe televisive è il modo meno brillante di sbarazzarsi di qualcuno. Tanto vale mettergli della polverina nel caffé, o sommistrargli del polonio visto che si parla di russi.

-Non sapere che Lech era politicamente finito. Ad ottobre scadeva il suo mandato ed i sondaggi non gli davano scampo. Adesso paradossalmente il fratello Jaroslaw sull'onda emotiva potrebbe avere qualche chance in più.

-Darsi la zappa sui piedi. I russi hanno fatto di tutto per far passare sotto silenzio il massacro di Katyn di 70 anni fa.
L'altro giorno bastava fare un po' di zapping sulle reti di news internazionale per trovarvici resoconti dell'eccidio, come se si trattasse di una notizia dell'ultima ora e non di un evento lontano nel tempo. Io stesso, lo confesso, non ne sapevo nulla. Se volevano far si che l'umanità ne venisse a conoscenza non avrebbero potuto trovare maniera migliore.

Una bella genialata questo complotto, non c'è che dire. Si è detto che la tragedia è l'equivalente di un colpo di stato, ma è ovvio che non è cosí. kaczynsky è stato sostituito dal presidente della camera, del partito liberal-democratico, che era di già il grande favorito alle prossime presidenziali. Le divergenze con il nuovo premier sulle relazioni con la Russia riguardavano solo il tipo di relazioni diplomatiche da tenere.
Della serie, che facciamo quando incontriamo Putin per strada, gli giriamo la faccia o gli facciamo un saluto di pura cortesia?
Non era certo in discussione la collocazione politica della Polonia che era e resta il più filo-americano dei paesi dell'Europa continentale.

Lo sgomento e le lacrime da parte di Ala per la tragedia di sabato scorso non me li aspettavo. Pensavo che detestasse i kaczynski.
Si, non mi piaceva, ha detto, ma era comunque il presidente e il fatto che il disastro sia accaduto nello stesso luogo dell'eccidio di 70 anni fa è una tetra simbologia che lascia sgomenti.

Lei crede che si sia potuto ripetere, con conseguenze peggiori, quanto già verificatosi due anni fa. Pare che all'epoca dell'attacco Russo, kaczynski diretto a Tblisi per portare solidarietà ai Georgiani abbia letteramente costretto all'atterraggio il comandante che titubava per le avverse condizioni metereologiche.
Sei un militare, non puoi avere paura! gli disse.
In seguito quel comandante fu trattato alla stregua di un disertore e costretto a dimettersi.
Non so se sia andata veramente cosí ma questa è la sua interpetrazione.

sabato 10 aprile 2010

L'ora dei dubbi


primavera belga

Il rientro dalle vacanze è di norma un periodo critico per l'espatriato. E' quando inizia a nutrire più dubbi e domandarsi come sarebbe potuto essere se avesse fatto scelte diverse.

Il ricordo delle vacanze appena trascorse è ancora fresco. La famiglia, le giornate di bel tempo, gli amici rincontrati, le mangiate, i 10-15 gradi in più, la curiosità altrui per quanto si ha da raccontare, sono tutte cose ben stampate nella memoria.
Poi egli ritorna e trova giornate primaverili ma non troppo. La città ora appare più aliena di come sembrasse prima di partire. Si torna ad essere uno dei tanti.

E' questo contrasto tra realtà e ricordi a generare questo stato d'animo fatto di dubbi e rimpianti.
Si tratta pero' di suggestioni, scaturite da una percezione distorta del reale, che portano a delle conclusioni sbagliate. L'errore sta nel confondere lo straodinario con l'ordinario, le vacanze con la quoditianità.

Perché quello che si è appena vissuto non sarebbe affatto la normalità una volta rientrati in Italia. In una vacanza breve non si ha a che fare con burocrazia, malasanità, trasporti scadenti, ambienti di lavoro opprimenti. In questi brevi intervalli si prende il meglio e si evita il peggio. E' da qui che nasce l'equivoco.

Faccio un salto indietro quando anni fa fui dislocato dalla mia società a Milano per per un progetto pluriennale. La permanenza in Lombardia fu lunga.
Chi emigra al nord non trova la barriera linguistisca certo, ma nemmeno l'ambiente cosmopolita e variegato che c'è qui. A Milano la società e più asfittica e segmentata in comparti stagni. Ci sono i locali, gli immigrati poveri tagliati fuori da tutto, e poi i meridionali. Tra questi il volume della lamentazione può diventare assordante. L'isolamento e l'avversione sociali che li circonda spesso provocano in loro un lento ma costante scollamento dalla realtà.

Sviluppano un'immagine quasi iconografica delle terre d'origine. Si seleziona tra i ricordi e si prende solo quanto in essi c'è di bello. Il cibo, il clima, l'accoglienza, il paesaggio. Il sud diventa un paradiso immaginario dove la sola cosa che manca è il lavoro. Ci fosse quello l'idillio sarebbe completo.
All'epoca ero meno impermeabile a queste suggestioni ed i periodi di vacanza non facevano che alimentarle. Qualcuno da Napoli poi mi diceva che lavorare in sede era tutt'altra cosa, che l'ambiente era allegro e goliardico, un po' come tornare al liceo. Insomma tutto meglio, eccetto i rimborsi trasferta.
Finché la società decise di cambiare politica. Fece rientrare tutti in sede dove si lavorava per gli stessi clienti ma in remoto.
La realtà delle cose spazzò via presto ogni illusione. La vita da pendolare divenne un incubo. Al lavoro si faceva manutenzione di sistemi vecchi sviluppati un decennio prima con tecnologie ormai obsolete. L'ambiente era opprimente, la pressione alta, il servilismo insopportabile con pratiche gestionali ai limiti della legalità e un'imbarazzante sudditanza verso gli uffici milanesi e romani. Non di rado le promozioni venivano decise sulla base di logiche di appartenenza e giochi di corridoio. La giovialità dei colleghi era spesso di facciata e proporzionale alla propensione a compiere bassezze. Le rivalità venivano deliberatamente alimentate. Il salario non superava di molto la soglia di sussistenza.

Quel periodo mi è stato utile e mi ha per aiutato a sgombrare la mente da ogni equivoco, da ogni suggestione o percezione errata. Certo dell'Italia mi mancano molte cose, e tornarci in vacanza mi fa sempre piacere. Viverci in pianta stabile è però tutt'altra storia.